Marco Salvemini è professore associato di Genetica all’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Da anni lavora sul controllo sostenibile degli insetti vettori, con particolare attenzione alla Zanzara Tigre, Aedes albopictus, una specie invasiva ormai presente in molte aree italiane e rilevante anche dal punto di vista sanitario.
Uno dei progetti più significativi a cui è legato il suo lavoro è STOPTIGRE, nato a Procida per contrastare la Zanzara Tigre attraverso un approccio integrato: ricerca scientifica, tecnica dell’insetto sterile e partecipazione diretta dei cittadini.
È da qui che parte questa conversazione: dalla possibilità di raccontare la lotta biologica non solo come tecnologia, ma come relazione tra ricerca, territori e persone.
Professor Salvemini, i più associano la Zanzara Tigre a qualcosa di molto quotidiano: le punture, il prurito, l’impossibilità di stare all’aperto in certi momenti della giornata. Dal punto di vista scientifico e sanitario però, Aedes albopictus è molto di più di un fastidio stagionale. Che cosa rende questa specie così rilevante e perché è importante parlarne oggi con più attenzione?
Partirei proprio dal fastidio, perché è la prima cosa che le persone sperimentano.
Aedes albopictus è un insetto che punge durante il giorno e questo, nel tempo, ha cambiato profondamente le abitudini delle persone.
Ci sono luoghi in cui la presenza della Zanzara Tigre impedisce di vivere normalmente gli spazi aperti: un giardino, un cortile, una terrazza, gli spazi esterni di una località turistica. Luoghi la cui fruizione serena dovrebbero essere parte della qualità della vita e che, improvvisamente, diventano difficili da frequentare.
A Procida, dove ha preso vita STOPTIGRE, questo disagio era molto evidente. Sedersi in giardino a leggere un libro, in alcune zone, era quasi impossibile. E proprio per questo uno dei segnali più belli è arrivato dalle persone.
Qualche giorno fa ho incontrato un abitante dell’area in cui abbiamo fatto l’esperimento con i maschi sterili nel 2024. Mi raccontava che, a distanza di due anni dai rilasci, a giugno la differenza si vede ancora. Prima, in quel periodo, il giardino era già off-limits. Oggi i numeri sono più bassi. Probabilmente aumenteranno durante l’estate, ma intanto quello spazio è tornato vivibile.
Dal punto di vista scientifico, poi, la Zanzara Tigre è un insetto estremamente interessante: ha una straordinaria capacità di adattamento ad ambienti molto diversi, una caratteristica che sembra essere profondamente legata al suo patrimonio genetico. Per chi fa ricerca, comprendere le basi molecolari di questo adattamento è affascinante.
Il problema sanitario, invece, riguarda la sua capacità di trasmettere virus. La Zanzara Tigre è un vettore importante di Chikungunya e Zika e può avere un ruolo anche nella trasmissione della Dengue. Questo significa che una persona che rientra infetta da un Paese in cui questi virus circolano può diventare il punto di partenza di piccoli focolai anche in Italia.
È già accaduto nel 2007 e nel 2017, con epidemie limitate ma significative di Chikungunya. Negli ultimi anni si sono verificati anche focolai di Dengue.
Sono episodi controllati, ma indicano una tendenza chiara: il problema della Zanzara Tigre non può essere affrontato solo in modo passivo, con repellenti o cercando di evitare le punture. Va affrontato in modo attivo, strutturato, continuativo.
Prima accennava a Procida e al lavoro realizzato con i maschi sterili. Nel 2015, proprio lì, nasce STOPTIGRE, un progetto che unisce ricerca scientifica, tecnica dell’insetto sterile e partecipazione dei cittadini. Per chi non lo conosce, può raccontarci com’è nato, in cosa consiste e quali risultati ha permesso di raggiungere?
STOPTIGRE nasce da un’esigenza inizialmente molto scientifica.
Nel nostro laboratorio lavoravamo sulla genetica molecolare, in particolare sui geni coinvolti nella determinazione del sesso, con l’idea di sviluppare sistemi più efficienti per separare maschi e femmine e produrre popolazioni composte solo da maschi da utilizzare in esperimenti di controllo.
Per farlo avevamo bisogno di campioni di Zanzara Tigre raccolti in campo, utili agli studi di genetica di popolazione. È stato in quel momento, andando sul territorio, piazzando trappole, parlando con le persone, che ci siamo accorti di qualcosa di importante: la comunità non viveva quel tema come una questione astratta, ma come un problema concreto, quotidiano, molto sentito.
Procida, allora, è diventata progressivamente qualcosa di più di un luogo di campionamento. È diventata un laboratorio a cielo aperto.
All’inizio il coinvolgimento dei cittadini nasceva anche da una necessità pratica: da soli non saremmo mai riusciti ad arrivare dappertutto. Poi, però, abbiamo capito che quel coinvolgimento aveva un valore molto più profondo.
Non volevamo limitarci a una citizen science in cui il cittadino aiuta il ricercatore a raccogliere dati; volevamo che la comunità si sentisse parte del progetto. E questo passaggio non era scontato.
Il salto è arrivato grazie all’incontro con docenti e studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli coordinati dal prof. Franz Iandolo del corso di Nuove Tecnologie dell’Arte. Con loro abbiamo provato a unire citizen science e arte partecipata, costruendo quello che abbiamo chiamato “Citizen Art Science Protocol”: un modo per far vivere ai cittadini esperienze scientifiche e artistiche insieme, capaci di attivare non solo la comprensione razionale, ma anche una partecipazione emotiva.
Quando nel 2022 siamo arrivati alla fase di monitoraggio e nel 2024 al rilascio dei maschi sterili, la risposta è stata molto forte. Centinaia di persone hanno partecipato direttamente, mentre alcuni momenti pubblici di divulgazione e restituzione hanno coinvolto migliaia di cittadini e turisti.
Dal punto di vista scientifico, perché un’isola è un contesto così interessante per sperimentare la tecnica del maschio sterile? E dal punto di vista umano, che cosa ha reso Procida un luogo adatto a un progetto di questo tipo?
Per i biologi le isole sono sempre contesti preziosi.
Sono ambienti più contenuti, più leggibili, più controllabili. Nel caso della tecnica del maschio sterile, questo aspetto è particolarmente importante perché un’isola rende più difficile e lento il processo di re-invasione da parte delle zanzare.
Nel nostro caso, per ragioni di risorse e finanziamenti, non siamo riusciti a lavorare su tutta Procida. Però, quando abbiamo scelto l’area in cui rilasciare i maschi sterili, abbiamo individuato una zona che aveva due lati su quattro isolati dal mare. Questo ha ridotto la possibilità di re-invasione e ha avuto un peso importante nell’esperimento.
C’è poi una dimensione umana. Un’isola è una comunità più piccola, più riconoscibile. Le informazioni circolano con maggiore facilità, è più semplice incontrare le persone, costruire relazioni, far percepire che un progetto non riguarda solo singoli individui ma un’intera comunità.
Naturalmente questo non significa che esperienze simili possano funzionare solo sulle isole. Anche nelle città esistono “isole sociali”: quartieri, aree definite, comunità che hanno già una loro identità.
Il punto è trovare contesti in cui sia possibile riattivare un senso di appartenenza.
Quando parla della Zanzara Tigre, lei riesce spesso a cambiare prospettiva: non la racconta solo come un problema sanitario, piuttosto come un’occasione per sviluppare ricerca, tecnologie nuove e partecipazione. Come può un insetto invasivo diventare il punto di partenza per immaginare un modo diverso, più sostenibile e più condiviso, di controllare le specie dannose?
Questa è una delle parti a cui tengo di più, perché rappresenta forse l’aspetto più originale del nostro approccio.
Come dicevo, all’inizio c’era un problema scientifico: campionare la Zanzara Tigre, studiarne le popolazioni, comprenderne la genetica. Poi, però, incontrando le persone, ci siamo resi conto che quell’insetto poteva diventare anche qualcos’altro. Poteva diventare un’occasione per far lavorare insieme una comunità.
Innanzitutto, perché la Zanzara Tigre è un insetto che quasi nessuno difende. È invasiva, fastidiosa, percepita come un problema comune. E in un tempo in cui molte questioni dividono, questo paradossalmente può unire. Può diventare il motivo per cui persone diverse decidono di partecipare a un’azione collettiva.
In secondo luogo, ridurre la densità di una specie invasiva come Aedes albopictus non viene percepito come un rischio per l’ecosistema, anche perché si tratta di una specie che fino a pochi decenni fa in Italia non era presente. Questo rende più semplice costruire consenso intorno a un’azione di controllo.
Ma il punto più importante è un altro: il problema zanzara può diventare un modo per far sperimentare alle persone una forma concreta di partecipazione. Non una partecipazione astratta, ma un gesto comune, utile, visibile da attuare insieme.
L’approccio è provare a vedere, dietro qualcosa che viene percepito come un ostacolo, un’opportunità?
Esattamente. Durante il progetto abbiamo usato spesso una frase attribuita a Galileo Galilei: “Dietro ogni problema si nasconde un’opportunità”.
Nel nostro caso è stato davvero così: la Zanzara Tigre ci ha obbligati a guardare oltre la dimensione sanitaria e scientifica, verso una dimensione più ampia: sociale, culturale e comunitaria.
Detto questo, il passaggio dal racconto alla pratica non deve essere stato semplice. Perché, a un certo punto, alla comunità è stato chiesto di accettare un apparente paradosso: liberare zanzare per ridurre le zanzare. Erano maschi sterili, quindi incapaci di generare nuova discendenza, ma pur sempre insetti rilasciati nell’ambiente. Come si costruisce la fiducia intorno a una tecnica così sofisticata?
È stata effettivamente una delle fasi più delicate.
Anche dopo anni di lavoro con la comunità, quando siamo arrivati al momento dei rilasci avevamo timore. Centomila maschi sterili a settimana, in un’area di circa venti ettari, si vedono. Volano vicino alle case, si posano sui muri, entrano nella percezione quotidiana delle persone.
Negli anni avevamo costruito fiducia. Avevamo organizzato incontri pubblici, momenti divulgativi, esperienze dirette. In alcuni casi facevamo infilare la mano dentro una gabbia con soli maschi, proprio per mostrare che non pungono.
Ovviamente, all’inizio qualcuno si è lamentato. Vedere tutti quegli insetti svolazzare vicino al balcone o alla finestra non era facile da accettare. Poi è successo quello che speravamo: mentre la quantità di maschi rilasciati restava costante, le persone hanno iniziato a sentire meno punture.
A quel punto la percezione è cambiata. I più diffidenti sono diventati sostenitori del progetto, perfino attenti e disponibili con i ragazzi che facevano i rilasci.
Questo dimostra quanto sia importante sentirsi parte. Se una comunità viene coinvolta, se capisce, se partecipa, riesce ad accettare anche piccoli disagi. Se invece un intervento viene percepito come imposto dall’esterno, può diventare una violazione dello spazio privato.
Quando ci siamo confrontati l’ultima volta, lei ha usato un’immagine molto efficace: se per magia tutti eliminassero i ristagni d’acqua nei giardini, nei sottovasi, nei contenitori, il problema cambierebbe già moltissimo. Quanto pesa il comportamento quotidiano delle persone nella lotta alla Zanzara Tigre? E quanto è difficile far capire che la prevenzione non può essere delegata solo ai Comuni, alle AUSL o ai tecnici?
Questo è uno degli aspetti più importanti.
Gli esperti lo sanno bene: gran parte dei microfocolai della Zanzara Tigre si trova nelle proprietà private. Comuni e AUSL possono intervenire sulle strade, nei tombini, negli spazi pubblici. Ma nei giardini, nei sottovasi, nei piccoli contenitori, serve la partecipazione delle persone.
Siamo spesso abituati a pensare che la soluzione ai problemi debba arrivare dall’alto. Paghiamo le tasse, quindi ci aspettiamo che qualcuno intervenga.
Ma con la Zanzara Tigre questo ragionamento non basta. Se nei giardini privati restano ristagni d’acqua, il problema continua.
A Procida abbiamo cercato di lavorare proprio su questo.
Nel 2022 abbiamo distribuito quasi 400 gravitrappole, dispositivi che attirano e catturano le femmine gravide. Spiegavamo ai cittadini che, perché la trappola funzionasse bene, l’unico punto d’acqua nel giardino doveva essere quello. Era un messaggio semplice, ma ripetuto nel tempo ha avuto effetto.
Abbiamo anche provato a misurarlo. A maggio abbiamo ispezionato circa 80 proprietà private e in molte abbiamo trovato ristagni d’acqua. Poi le persone hanno partecipato al progetto, gestendo le trappole e inviandoci ogni settimana le foto dei fogli adesivi con le zanzare catturate. A settembre siamo tornati negli stessi luoghi.
In quasi l’80% delle proprietà la situazione era migliorata: meno acqua, meno contenitori, meno larve. Anche i questionari raccontano questa evoluzione: tra il 2016 e il 2022 la percentuale di persone attive nella rimozione dei ristagni è passata dall’11% al 60%.
Un altro tema molto interessante emerso dal nostro confronto riguarda i sistemi di predizione: non basta produrre maschi sterili, bisogna anche sapere dove rilasciarli, quando farlo e con quale intensità. Quanto saranno importanti, nelle prossime fasi, dati territoriali, mappe, modelli previsionali e monitoraggi per rendere la tecnica più precisa ed efficace?
Nella nostra esperienza abbiamo lavorato su un’area di circa 20 ettari, rilasciando 100.000 maschi sterili a settimana.
Con l’aiuto del dott.Bellini e della dott.ssa Puggioli del Centro Agricoltura Ambiente “Giorgio Nicoli”, abbiamo disegnato una griglia con un sito di rilascio ogni 50 metri, andando oltre la capacità di volo stimata dei maschi, che è intorno ai 100 metri.
È stato un lavoro enorme.
Significava raggiungere 100 siti diversi, rilasciare circa 1.000 maschi per punto, prima una volta a settimana e poi due volte per settimana. Abbiamo anche misurato la mortalità dopo il rilascio, recuperando le coppette per capire quanti maschi fossero effettivamente entrati nell’ambiente.
Monitorando i loro spostamenti, però, ci siamo accorti che i maschi, dopo il rilascio, non si distribuiscono in modo uniforme. Ci sono zone dove si concentrano di più, aree preferenziali che per noi non sono immediatamente evidenti, ma per le zanzare sì. E ci sono le aree in cui nascono le femmine vergini, cioè quelle dove si sviluppano le larve.
Questi punti sono fondamentali. La Zanzara Tigre, infatti, tende ad accoppiarsi una sola volta nella vita. Se una femmina appena nata incontra un maschio sterile, viene di fatto esclusa dalla riproduzione.
Per questo il futuro della tecnica passa anche dalla precisione. Vorremmo usare modelli predittivi basati su intelligenza artificiale, droni, dati microclimatici, mappe e monitoraggi per capire meglio dove e quando rilasciare. È un po’ lo stesso principio dell’agricoltura di precisione: non intervenire ovunque, ma intervenire dove serve.
Questo potrebbe aumentare l’efficacia e ridurre i costi, che oggi restano uno dei limiti principali per applicare la tecnica su aree molto vaste.
In chiusura, dopo Procida, il lavoro con i cittadini e dopo i primi risultati dei rilasci, qual è l’immagine che le resta più impressa? C’è stato un momento in cui ha pensato che quella ricerca, nata in laboratorio, era diventata qualcosa di più grande: un’esperienza condivisa, comprensibile e utile per una comunità?
È stato un percorso faticoso e complesso, ma anche profondamente gratificante.
Ha cambiato la nostra prospettiva, perché ci ha portati fuori dal laboratorio e ci ha messo a contatto con una comunità reale, con persone, bisogni, paure, disponibilità, resistenze.
Negli ultimi anni si parla molto di terza missione dell’università, oggi chiamata “valorizzazione delle conoscenze”: l’idea che la ricerca non debba limitarsi a produrre conoscenza, o a trasmetterla agli studenti, ma debba anche generare un impatto positivo sui territori.
Per noi questa è stata la prima volta in cui i nostri studi sono stati applicati in modo così diretto. Non abbiamo eradicato la Zanzara Tigre da Procida, come forse avremmo sognato, ma abbiamo costruito un modello innovativo di relazione con la comunità.
Abbiamo insegnato a una comunità a difendersi facendo rete. E, nello stesso tempo, siamo cresciuti anche noi. Gli studenti coinvolti hanno vissuto per mesi sull’isola, lavorando ogni giorno gomito a gomito. Hanno sviluppato competenze scientifiche, ma anche capacità organizzative, gestionali, relazionali.
Siamo molto grati al team dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, perché ci ha insegnato un modo nuovo di interagire con le comunità e, in fondo, anche tra di noi.
Il progetto ha ricevuto riconoscimenti importanti: è stato premiato come esperienza di citizen science ed è entrato in una selezione di progetti con patrocinio UNESCO. Ma se dovessi fare un bilancio, direi che le soddisfazioni sono metà scientifiche e metà umane.
Spero davvero che questa esperienza possa ispirare altri progetti, anche in contesti in cui le zanzare non sono solo un fastidio, ma un problema di malattia e, purtroppo, anche di vite umane.

L’ESPERTO
Marco Salvemini
Professore Associato di Genetica, Università Federico II di Napoli
Studia da anni i meccanismi genetici e molecolari che regolano sviluppo, differenziamento, determinazione del sesso e comportamento riproduttivo negli insetti. Le attività di ricerca comprendono inoltre genomica, trascrittomica e applicazioni biotecnologiche per il controllo biologico di specie di interesse agronomico, economico e sanitario, tra cui moscerini della frutta, zanzare e flebotomi.

